Cloud sovrano: la vera domanda non è dove sono i dati, ma quanto siamo liberi di spostarli

La migrazione al cloud della Pubblica Amministrazione italiana procede rapidamente. Ma trasferire dati e applicazioni su una nuova infrastruttura non significa automaticamente averne conservato il controllo.
L’Osservatorio sulla sovranità digitale realizzato da Liferay in occasione di Forum PA 2026, attraverso un’autovalutazione che ha coinvolto 36 amministrazioni centrali e locali, evidenzia una criticità significativa: il 75% degli enti dichiara controlli soltanto parziali o l’assenza di una strategia strutturata per trasferire dati, applicazioni e servizi verso un altro fornitore cloud. Per un ulteriore 11% il problema costituisce una criticità aperta.
È il tema dell’exit strategy: la capacità concreta di lasciare un fornitore senza perdere dati, funzionalità, continuità operativa e controllo dei costi.
Il rischio nascosto dietro la migrazione al cloud
Il vendor lock-in raramente nasce da una singola scelta sbagliata. Si sviluppa progressivamente, quando applicazioni, dati, identità, backup, strumenti di sicurezza e procedure operative diventano dipendenti da tecnologie proprietarie o da condizioni contrattuali difficili da modificare.
Un’amministrazione può quindi avere i propri dati ospitati in Italia o nell’Unione europea e trovarsi comunque nell’impossibilità pratica di cambiare fornitore.
La localizzazione del dato è importante, ma non basta a garantire la sovranità digitale. Occorre sapere:
- in quali formati possono essere esportati i dati;
- se tali formati sono documentati e realmente riutilizzabili;
- come possono essere trasferite applicazioni, macchine virtuali e configurazioni;
- quali dipendenze tecniche impediscono o rallentano la migrazione;
- chi controlla le chiavi di cifratura;
- quali tempi, costi e responsabilità sono previsti in caso di uscita;
- come viene assicurata la continuità dei servizi durante il passaggio;
- come e quando il precedente fornitore cancellerà le copie residue.
- Il problema non emerge al momento della sottoscrizione del contratto, ma quando l’Ente deve cambiare soluzione, affrontare un disservizio grave, sostituire un applicativo o rimettere a gara il servizio.
Sovranità digitale significa controllo effettivo
L’indagine segnala anche che il 19% delle amministrazioni considera una criticità aperta il controllo delle chiavi crittografiche. Nel 58% dei casi, inoltre, le carenze nella gestione delle chiavi si accompagnano a lacune nell’exit strategy.
È un dato rilevante: possedere una copia dei dati non equivale necessariamente a potervi accedere autonomamente, ripristinarli o trasferirli.
La sovranità digitale deve quindi essere valutata almeno su quattro livelli:
- Giuridico e contrattuale: titolarità, giurisdizione applicabile, subfornitori, restituzione e cancellazione dei dati.
- Tecnico: interoperabilità, formati aperti, API, esportabilità delle configurazioni e portabilità dei carichi di lavoro.
- Operativo: competenze, documentazione, tempi di migrazione, backup e procedure di continuità.
- Crittografico: disponibilità, custodia, rotazione e revoca delle chiavi.
Su questo terreno interviene anche il Regolamento europeo sui dati, il Data Act, che introduce disposizioni per facilitare il passaggio tra servizi di trattamento dati e ridurre gli ostacoli tecnici, contrattuali e commerciali allo switching. La direzione europea è chiara: il cloud deve essere non soltanto sicuro, ma anche reversibile.
Un’exit strategy non può restare una clausola generica
Scrivere nel contratto che “i dati saranno restituiti alla scadenza” non costituisce, da solo, un piano di uscita.
Una exit strategy efficace dovrebbe identificare:
- perimetro dei dati e dei servizi interessati;
- componenti trasferibili e componenti da ricostruire;
- formati e strumenti di esportazione;
- responsabilità del fornitore uscente e di quello subentrante;
- livelli di assistenza durante la transizione;
- tempi massimi e finestre di indisponibilità;
- costi di estrazione e trasferimento;
- modalità di verifica dell’integrità dei dati;
- continuità di backup, logging e sicurezza;
- attestazione finale della cancellazione delle copie residue.
Soprattutto, la procedura deve essere tecnicamente verificata. Un piano mai provato rimane un’ipotesi.
Le domande da porre prima del prossimo rinnovo
Prima di rinnovare o ampliare un servizio cloud, una Pubblica Amministrazione dovrebbe chiedersi:
- Disponiamo di un inventario aggiornato di dati, applicazioni e dipendenze?
- Sappiamo ricostruire l’intero servizio presso un altro operatore?
- Abbiamo verificato l’effettiva utilizzabilità dei dati esportati?
- Conosciamo chi controlla le chiavi di cifratura?
- Sono previsti costi o vincoli che rendono l’uscita sproporzionata?
- Il piano di migrazione è stato documentato e testato?
- Backup e disaster recovery sono realmente indipendenti dall’ambiente primario?
La risposta non può essere affidata esclusivamente al fornitore. L’Ente deve mantenere competenze, documentazione e capacità decisionale sufficienti a governare l’intero ciclo di vita del servizio.
Dal “cloud first” al “cloud governato”
La prossima fase della trasformazione digitale della PA non consiste semplicemente nel completare le migrazioni. Consiste nel verificare se le architetture adottate garantiscano autonomia, reversibilità, sicurezza e continuità.
Un cloud è realmente sovrano quando l’amministrazione mantiene il controllo sui propri dati e servizi e conserva la libertà concreta di evolverli, trasferirli o affidarli a un altro operatore.
La domanda non è soltanto «Dove si trovano oggi i nostri dati?», ma anche «Se domani dovessimo cambiare fornitore, saremmo davvero in grado di farlo?»
FONTI
Osservatorio sulla sovranità digitale – CorCom
Regolamento europeo sui dati – Data Act