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La NIS2 guarda soprattutto alla resilienza delle organizzazioni: reti, sistemi informativi, continuità operativa, gestione degli incidenti, sicurezza della supply chain e responsabilità del management. Il Cyber Resilience Act guarda invece alla sicurezza dei prodotti con elementi digitali: software, hardware, dispositivi connessi, componenti digitali, soluzioni remote e aggiornamenti di sicurezza lungo il ciclo di vita del prodotto. Due prospettive diverse, ma molto più vicine di quanto sembri.

Il rischio cyber sta cambiando natura: non riguarda più solo l’IT, ma continuità operativa, supply chain, cloud, dati e fiducia dei clienti. Anche le PMI devono cambiare approccio. Per anni molte aziende hanno considerato la cybersecurity come un tema tecnico: firewall, antivirus, backup, qualche password più robusta e, nei casi migliori, un controllo periodico dei sistemi. Oggi questo approccio non basta più.

Sempre più Comuni italiani stanno introducendo sensori, rilevatori e dispositivi connessi per migliorare i servizi ai cittadini.

Quando si parla di cyberattacchi, molti imprenditori pensano subito al ransomware: computer bloccati, produzione ferma, richiesta di riscatto, emergenza evidente.

Per un Comune italiano, parlare di NIS2 non significa soltanto parlare di server, firewall, password o antivirus. Significa chiedersi una cosa molto più concreta: quali servizi essenziali per cittadini, imprese e uffici comunali dipendono ormai da sistemi digitali?

Per molte piccole e medie imprese manifatturiere italiane, la NIS2 rischia di essere percepita come l’ennesimo adempimento normativo da affidare all’IT o al consulente cyber. In realtà, il punto centrale è molto più concreto: capire quali attività aziendali dipendono da sistemi digitali e quanto sarebbero critiche se si fermassero.